A caccia di unicorni: il vocabolario delle startup

A caccia di unicorni: il vocabolario delle startup.

Il mondo delle startup innovative è vivace e dinamico. Esso si distingue dalle tipologie lavorative più tradizionali nella sua forma, nelle sue declinazioni e nei rapporti tra gli addetti, ciò si riflette anche nel vocabolario utilizzato. Lo stesso termine anglosassone startup è una parola relativamente nuova nel mondo del lavoro. Esso significa, letteralmente, partire o mettersi in moto. E queste aziende lo fanno davvero: il Registro delle imprese registra una crescita di oltre il 3% nel primo semestre 2022, rispetto al censimento dello scorso dicembre. La statistica è salita in maniera costante nel corso degli ultimi 10 anni. Una startup innovativa è un’impresa con non più di 5 anni di vita e il cui fatturato non superi i 5 milioni di euro. Essa deve essere legata alla tecnologia e sviluppare, produrre o commercializzare servizi o prodotti di nuova generazione.

Imprenditori e unicorni

Se dovessimo stabilire una data di nascita per il lessico specifico delle startup, potremmo collocarla nel 2013. A quel tempo, si affacciò nel mondo delle startup un termine che piacque moltissimo. Pur essendo una parola molto distante dal linguaggio aziendale, acquisì una popolarità immediata ed entrò nel vocabolario di manager e professionisti. Il termine in questione arriva direttamente dai romanzi fantasy: è unicorno. La importò nel mondo delle startup Aileen Lee, investitrice e founder di Cowboy Ventures, un cospicuo fondo di capitale operante nel settore della tecnologia. Lee ne fece uso in un suo articolo per TechCrunch e il successo fu immediato. Da 9 anni a questa parte, tutte le startup e le nuove aziende valutate per almeno un miliardo di euro sono diventate unicorni. Questo neologismo è in poco tempo divenuto il traguardo cui ambiscono tutte le nuove aziende. In Italia, il primo unicorno è stato Yoox, sito di e-commerce lanciato da Federico Marchetti, mentre l’ultimo, a oggi, è Scalapay, che può fregiarsi di questo titolo, definiamolo così, da febbraio. Dal 2013 a oggi il termine unicorno si è molto evoluto, acquisendo nuove sfumature e generando ulteriori neologismi nel corso del tempo.

Il vocabolario dello startupper

Ecco alcune variazioni sul tema dell’unicorno
  • Con la parola minicorn si definisce un’azienda che sostiene costi superiori al milione di euro, ben avviata sulla strada della valutazione miliardaria ma che non vi sia ancora giunta.
  • Il termine soonicorn è lo stadio successivo. Esso deriva dalla crasi della frase soon to be unicorn, presto sarà un unicorno, ed è piuttosto eloquente. Per giungere a tale traguardo è solitamente necessario l’intervento di un venture capitalist o di un angel investor, qualcuno cioè che accetti di portare nuovi capitali in cambio di rischio di impresa, anche divenendone socio.
  • Un’azienda decacorn è stata valutata almeno 10 miliardi di dollari. Si tratta di un traguardo pazzesco, un primato per pochi. In tutto il mondo, contiamo non più di 15 aziende che possano definirsi tali, 10 delle quali sono americane e leader assolute del loro mercato.
  • Non esistono dimensioni maggiori di quella di hectocorn. Parliamo infatti di brand da 100 miliardi. Queste aziende non hanno bisogno di presentazioni, rappresentano l’emblema del successo di una startup: Apple, Google, Microsoft, Meta, Oracle e Cisco. Queste startup sono eccezioni alla regola. Per la maggior parte delle imprese è semplicemente impossibile raggiungere tali livelli.
Tramite giochi di parole possiamo dunque definire diversi status e chiamare ogni impresa secondo l’espressione più appropriata alla sua dimensione.  Riscontriamo ancora una volta come gli inglesismi siano abitualmente usati all’interno del linguaggio economico. Chi opera nel mondo delle startup, inoltre, ama esprimersi secondo abbreviazioni, sigle e modi di dire.

Cavalcare l’unicorno

L’ironico dizionario di TechCrunch, How to speak startup, è una utile risorsa se si vuole sostenere una conversazione con degli startupper, o se si desideri darsi arie da uno di loro. Per quanto il blog di tecnologia abbia un intento chiaramente canzonatorio, le parole inserite nel dizionario vengono effettivamente utilizzate nel mondo delle startup. Vediamone alcune tra le più significative. Con l’espressione signing bonus – o la probabilmente più usata acqui-hire – si intende quella strategia per la quale un attore più grande acquisisce, grazie alla sua forza di mercato, un team più piccolo di creativi e, pur di convincerlo a entrare nella famiglia allargata, paga immediatamente un bonus, una cospicua somma di denaro in cambio di un esito positivo della trattativa. Si parla invece di pivot quando l’azienda si accorge di essere in rotta di collisione con l’iceberg del fallimento e riesce a correggere la sua direzione, implementando o variando il proprio business. Il termine spazio, molto amato, indica solitamente il mercato nel quale si muove un’azienda, definito dai propri concorrenti. Chi parla di growth hacking – sempre che lo faccia con cognizione di causa – si riferisce alle attività che soffiano sul fuoco della crescita di un’azienda, portandola a svilupparsi e diventare più remunerativa. Si può fare hacking – utilizzando un termine proprio dell’informatica – tramite attività di vendita, marketing o creando una community.

È un Paese per startup?

Per straniante che possa apparire questo modo di parlare, occorre prendere atto del fatto che l’universo delle startup sta trovando terreno fertile  anche nel nostro Paese. Milano, ad esempio, sta apertamente agevolando la creazione di un ecosistema florido, nel quale sia semplice fare rete con aziende giovani e all’avanguardia. Da quanto riporta il Registro delle imprese, ad ogni modo, il cosiddetto modello milanese attecchisce anche nel resto d’Italia, con una crescita sensibile del numero di aziende innovative persino al Sud, seppure più limitata di quella lombarda.  Una ragnatela di startup in concorrenza e collaborazione tra loro, da Milano a Catania, potrebbe essere una grande opportunità per l’economia italiana. Se la lingua della comunità degli startupper fa uso di queste espressioni, dobbiamo farci l’orecchio. Cavalcare unicorni potrebbe presto diventare una consuetudine.
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