E-commerce: torna indietro più della metà dei vestiti

I tassi di reso al dettaglio stanno aumentando vertiginosamente con percentuali di crescita del 63% su base annua.  Vestiti, pantaloni e gonne: sono questi i prodotti acquistati che vengono restituiti più spesso dai consumatori italiani. In Italia succede per il 16% degli acquisti, l’azienda paga 13 euro per ogni pacco.

È quanto emerge dal nuovo report “Guida ai resi nel mondo dell’ecommerce” realizzato da Yocabè, startup italiana fondata da Vito Perrone e Lorenzo Ciglioni per supportare le aziende nella relazione con marketplace come Amazon e Zalando.

Indice

I numeri nel mondo

Secondo una statistica SaleCycle, in media nel mondo torna indietro 1 prodotto acquistato online su 5 – il 20% di tutti gli acquisti digitali viene reso, nell’offline non si arriva al 10%. La stima del valore è di circa 550 miliardi di dollari e solo l’Europa genera il 23% di questo importo. Una cifra destinata a crescere moltissimo considerando che i resi nel vecchio continente aumentano del 63% all’anno mentre è la moda il settore che nel mondo produce più resi (56%).

I dati in Italia e in Europa

L’interessante indagine presenta una mappa dei prodotti più resi in Europa, concentrandosi su Italia, Francia, Germania e Svizzera, e offre una serie consigli utili alle aziende ecommerce che si trovano a gestire un numero sempre maggiore di resi. Secondo l’analisi, il 16% degli acquisti fashion effettuati online in Italia è destinato a tornare indietro. Una percentuale che è la più bassa d’Europa – in Svizzera i resi moda superano il 45%, in Germania il 44% e in Francia il 24% – perché il mercato dei resi è direttamente proporzionale alla digitalizzazione dei Paesi esaminati. Secondo l’ultima statistica Desi – Indice di digitalizzazione dell’economia e della società – infatti, l’Italia è al 18esimo posto sui 27 stati membri.

Abbigliamento, scarpe e accessori: le categorie che generano più resi in Europa e in Italia

Analizzando le categorie dei resi ai primi tre posti in Europa troviamo l’abbigliamento (38%), seguito dalle scarpe (29%) e dagli accessori (25%). In Italia, invece, si rende in media il 25% dell’abbigliamento comprato online – gli Svizzeri e i Tedeschi più del doppio, con percentuali oltre il 50% -, il 15% delle scarpe e il 10% degli accessori.

Nella categoria dell’abbigliamento i prodotti che vengono restituiti con più frequenza sono vestiti – torna indietro il 36% di quelli acquistati -, pantaloni (31%) e gonne (29%). I prodotti meno restituiti sono invece pullover e cardigan, con poco più del 10%. Fra le calzature che alimentano il mercato dei resi troviamo sul podio tutti modelli da donna: sabot, e in generale le scarpe che lasciano il tallone scoperto (38%), ballerine (31%) e dalle “pumps”, le scarpe con plateau e tacco vertiginoso (24%). Le meno restituite, le sneaker, i cui resi superano di poco il 10%. Infine, se guardiamo agli accessori, secondo Yocabè gli italiani restituiscono soprattutto occhiali (19%), cinture (15%) e portafogli (10%).

La politica di reso

Secondo una recente indagine Nielsen il 72% dei consumatori italiani verifica sempre quale sia la politica di reso di un sito ecommerce prima di acquistare e il 52% rinuncia se il periodo di reso è inferiore ai 30 giorni. Per le aziende i resi rappresentano innanzitutto una spesa da sostenere. Si chiama “logistica inversa” ed è il processo di restituzione dei prodotti da parte del cliente verso il produttore o venditore, che include tutte le attività che riguardano la gestione ottimale dei resi, quindi non solo il trasporto verso il magazzino o l’impianto di produzione, ma anche il controllo qualità e l’eventuale riparazione, riciclaggio o smaltimento. A un’azienda garantire un reso gratuito costa in media 33 dollari per singolo pacco. In Italia, secondo l’analisi Yocabè, il costo per ogni reso che viaggia all’interno del Paese è circa 13 euro; se la merce che deve rientrare parte dalla Germania (23 euro a collo reso); se a richiedere il reso è un acquirente svizzero (30 euro a pacco). Un processo che però ha un impatto non solo economico, ma anche ambientale: si pensi al packaging, al trasporto e all’eventualità che un prodotto reso venga distrutto, cosa che accade perché il costo del reinserimento nella catena di vendita a volte è superiore al guadagno generato dal prodotto stesso.

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